kolchoz di emmanuel carrère

Kolchoz / Emmanuele Carrère

“Ciò che avremo conosciuto nel nostro piccolo fazzoletto di terra e in nessun altro, nella nostra piccola finestra di tempo e in nessun’altra, nel piccolo essere che ci è stato dato di abitare e in nessun altro, il mondo può anche crollare – e con ogni evidenza sta crollando –, ma resta comunque il mestiere di persone come me renderne conto. Allora, poiché loro sono morti, e fintanto che sono vivo, lo faccio io.”

Kolchoz di Emmanuel Carrère

Questa lettura è stata una luce per l’anima. In un calediscopio di vite, di immagini, di storie, Carrère racconta la vita propria e quella dell’Europa.

Un tributo d’amore a sua madre, donna di grande personalità e carattere, con un passato di grande importanza, e al padre che ha dimostrato l’amore e il rispetto per lei raccogliendo le memorie e i pezzi della storia della sua famiglia.

Il libro racconta la consapevolezza di avere vissuto momenti di felicità perfetta e amore assoluto giocando con la propria mamma, o nuotando in piscina sotto lo sguardo di lei. E di un rapporto che pur diventando difficile resta sempre come un filo invisibile.

Racconta anche, però, come dalla Storia travagliata del Novecento nascano i semi di ciò che viviamo oggi, di come chi è “dentro” i fatti spesso non riesca a interpretare e comprendere la gravità del momento, spesso sottovalutando i rischi per l’umanità.

Ci sono personaggi indimenticabili nella famiglia di Carrère, complessa, particolare, ma sicuramente straordinaria. E alla fine della lettura resta il desiderio di incontrare Héléne, per le strade di Parigi, e bere un tè con lei.

La trama

Ci sono stati, nell’infanzia di Emmanuel Carrère, momenti di memorabile beatitudine: quelli in cui, in occasione dei viaggi del padre, a lui e alle due sorelle minori era concesso di trasferirsi nella camera dei genitori. «Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz». I tre fratelli, ormai più che adulti, ripeteranno quel rito nella camera di un hospice, raccogliendosi attorno alla madre per trascorrere con lei l’ultima notte della sua vita. Sarà proprio Emmanuel a chiuderle gli occhi; e poco tempo dopo inizierà la stesura di questo libro.

Che è al tempo stesso il grande «romanzo familiare» in cui Carrère, da quel formidabile narratore che è, ricostruisce la storia – perigliosa, tormentata, avvincente come una saga – delle due famiglie da cui discendeva sua madre, quella russa e quella georgiana; il racconto di come la povera, orgogliosa Hélène Zourabichvili dal cognome impronunciabile sia diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi, fino a essere eletta segretaria perpetua dell’Académie française; e una struggente dichiarazione d’amore per questa donna dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace, generosa, di cui il figlio non nasconde ombre e asprezze, rendendole l’omaggio più esaltante che uno scrittore possa tributare alla propria madre: trasformarla in uno strepitoso personaggio romanzesco.

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