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recensione l'acqua del lago non è mai dolce

L’acqua del lago non è mai dolce / Giulia Caminito

"Dicono acqua dolce, ma è una bugia. Questa acqua ha il sapore della benzina, quando avvicini l’accendino prende fuoco".

Recensione L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito. Una storia dura, questo l’aggettivo che mi viene in mente per definire un romanzo che racconta la vita delle famiglie che attendono una casa. Che, alle periferie delle città, lottano per la sopravvivenza. Così quella della protagonista. Il nucleo si regge su Antonia, la madre, che lotta disperatamente per i propri figli, ma allo stesso tempo li lega a sé imprigionandoli.

La protagonista, della quale scopriamo il nome solo verso la fine del romanzo e in un momento veramente drammatico e particolare, combatte tra il desiderio di allontanarsi e la famiglia che la avvolge e la “anestetizza”. Cova dentro di sé una rabbia atavica, potenzialmente autodistruttiva, che la fa andare avanti. Essere sempre in guerra rende difficile fare spazio alle amicizie. Come con Iris e Carlotta, con le loro storie  Non ci sono consolazioni, dicevo, e si intravedono poche vie d’uscita. I personaggi sono sicuramente il punto di forza della storia. Non solo Antonia e la figlia, ma anche il fratello Mariano, il padre costretto su una sedia rotelle, dopo essere caduto in un cantiere dove lavorava in nero.

Il romanzo di Giulia Caminito mi ha ricordato un po’ Acciaio di Silvia Avallone, ma in questo caso l’atmosfera è più cupa e soffocante. Come il lago. Unico momento di libertà e spensieratezza per la protagonista è ritrovarsi al lago di Bracciano. Ma, anche in questo caso il lago, è metafora di qualcosa di chiuso, asfissiante, fangoso, di cui non si scorge il fondale, a differenza del mare e della sua apertura verso altri spazi. Il lago non è altro che un cratere, un vuoto che si riempie di acqua.

Lo stile di scrittura è decisamente intonato alla storia, neorealista, spietato e a volte molto crudo. Reggerlo per quasi 300 pagine è sicuramente una sfida, perché potrebbe a tratti risultare abbastanza pesante. Devo ammettere di non essere riuscita ad affezionarmi alla protagonista. Credo che la ragione sia il fatto che la sua lotta non è mai per un riscatto, ma per seguire battaglie non proprie, scelte da sua madre.

La trama

Odore di alghe limacciose e sabbia densa, odore di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d’acqua: è il lago di Bracciano, dove approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, donna fiera fino alla testardaggine che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli. Antonia è onestissima, Antonia non scende a compromessi, Antonia crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua unica figlia femmina a contare solo sulla propria capacità di tenere alta la testa.

E Gaia impara: a non lamentarsi, a salire ogni giorno su un regionale per andare a scuola, a leggere libri, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo. Sembra che questa ragazzina piena di lentiggini chini il capo: invece quando leva lo sguardo i suoi occhi hanno una luce nerissima. Ogni moto di ragionevolezza precipita dentro di lei come in quelle notti in cui corre a fari spenti nel buio in sella a un motorino.

Alla banalità insapore della vita, a un torto subìto Gaia reagisce con violenza imprevedibile, con la determinazione di una divinità muta. Sono gli anni duemila, Gaia e i suoi amici crescono in un mondo dal quale le grandi battaglie politiche e civili sono lontane, vicino c’è solo il piccolo cabotaggio degli oggetti posseduti o negati, dei primi sms, le acque immobili di un’esistenza priva di orizzonti.

Questo libro è candidato al Premio Strega 2021, vedi qui.

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